
Atterriamo con uno degli oltre venti voli low cost che collegano l’Italia all’Albania, quello da Torino. Tempo bello, c’è il sole e un vento tiepido: arrivati in centro decidiamo di fare subito un giro a piedi, alla scoperta della città. Ci accoglie una città fatta di odori, colori persone che ci somigliano, una commistione che ricorda casa, ma indietro nel tempo. Un tuffo negli anni ‘90, in un’Italia passata, che mi riporta a quando ero bambina. E infatti si fuma ancora nei ristoranti, il caffè si prende lento e le persone chiacchierano all’infinito nei bar con davanti un Çai mali, il tipico thè di montagna o, la sera, con un Raki, una grappa tipica, dal sapore selvatico. La lingua è un mix di albanese, italiano e inglese, in qualche modo ci si capisce.
Arriviamo all’hotel, nel mezzo della zona appena riqualificata di Pazari i ri, un quartiere con locali tipici che grigliano carni fino a notte fonda e un mercato centrale che ricorda la nostra Vucciria di Palermo: colori, spezie sfuse, ma anche tappeti, ciotole variopinte e tabacco. Tirana appare una città eclettica e ricca di contraddizioni. Persone con facce vere, stropicciate, vissute, ma anche donne eleganti e bellissime, centri commerciali e hotel di lusso. Si sente il rintocco delle campane della chiesa, mentre poco dopo risuona la voce del muezzin dall’altoparlante. Chiese, cattedrali e moschee convivono qui una in fila all’altra, in una normalità che non è per nulla scontata.
La cucina di Arturo
Camminiamo per il centro, cercando un posto per mangiare qualcosa. Ci indicano un piccolo fabbricato che pare quasi abbandonato. Apriamo una porta che si apre su una saletta con tavoli e sedie di legno, tovaglie di carta e… Arturo. Lui ci accoglie con un “Benvenuti!” semplice e spontaneo. È un uomo alto, capelli bianchi cortissimi, occhi gentili, parla molto bene italiano. Sembra di essere entrati a casa sua. Il ristorante infatti è piccolissimo, 5 tavoli in tutto. Ci sistema fuori, nel cortile di fronte alla cucina, che è esterna. In questo piccolo spazio vive anche una famiglia di gatti che stanno qui da tempo, come fossero parte dello staff della cucina.
Arturo ci racconta un po’ della sua storia legata, come quella di tanti qui, all’Italia. Era al Maurizio Costanzo Show nel ‘91 a parlare di immigrati, poco dopo il suo arrivo in Italia. Il nostro Paese gli ha insegnato tanto, prima di tutto l’ospitalità e poi a cucinare con quel garbo, di gesti e di sapori, che lui pratica ancora oggi. Ricorda che quando ha lasciato l’Albania il piatto tipico era pollo con patate e pasta al burro. Il pesce più ricercato era il cefalo. Oggi sono sedici anni che qui a Tirana ha la sua casa/ristorante, senza insegna e senza social, dove il pesce arriva giornalmente e dove i piatti sono “del giorno” e non corrispondono a un menù fisso: dai paccheri con cernia, alla bottarga che viene dall’Italia, dalle linguine con le seppie, alle cozze che profumano di mare.
La cucina di Arturo è un luogo difficile da trovare, quasi segreto, dove genuinità e qualità sono garantite. Noi proviamo i Pllaqi, fagioli giganti tipo cannellini, morbidissimi e pastosi con un polpo alla piastra divino; deliziose radici croccanti e un po’ acidule, cucinate come una volta, polipetti al sugo leggermente piccanti… In cucina due signore che lavoravano con lui già quarantacinque anni fa, durante il regime. Da Arturo riscopriamo i sapori veri di questa terra che, anche nella cucina, mostra una sua identità ben definita. Il tempo vola, un ultimo piatto con risotto al nero di seppia e torniamo in albergo.
Il quartiere più turistico
Il secondo giorno non può mancare una visita al quartiere più turistico di Tirana, Blloku. Un tempo era la zona residenziale del regime comunista, con tanto di residenza del leader supremo, Emver Hoxha (’44-’85), oggi restituito alla città, in una convivenza tra vecchio e nuovo, con la costruzione di poli culturali e ricreativi, accanto a luoghi studiati per la movida: ristoranti internazionali, locali modaioli, boutique di lusso. E così come in un libro pop up voltiamo pagina e si apre una storia tutta nuova. Locali che ricordano la Milano da bere, ma pure un po’ Kuta Bali: luci soffuse, banconi lunghi, sedute di velluto, musica lounge, donne e uomini eleganti che chiacchierano in un’atmosfera raffinata. Si beve bene, si mangiano i classici taglieri all’italiana, anche se non hanno la stessa qualità… Certamente l’ambiente è piacevole e interessante: non è forse l’Albania che cerco, ma anche qui mi sento un po’ a casa.
Il mio weekend a Tirana finisce così, in un’immersione frenetica di immagini tanto diverse tra loro. Mi rimane la sensazione di una città in evoluzione che sta cercando di ritrovare una sua identità che mantenga viva la tradizione, ma che sia anche proiettata verso un futuro che chiama inesorabilmente. Mentre l’areo decolla mi resta un solo desiderio, pensando di tornare tra qualche anno: quello di non trovare un nuovo shopping center nel centro cittadino, ma ancora Arturo, con il suo “Benvenuti!”









